C'è qualcuno
là fuori?
Dr. Prof. Giovanni F. Bignami Ph. D.
Accademia Nazionale dei
Lincei, Académie des Sciences, Accademia Europea, IAA
International Academy of Astronautics, ex Presidente dell'Agenzia
Spaziale Italiana e del Consiglio Scientifico dell'Agenzia Spaziale
Europea, Professore di Astronomia IUSS, Istituto Universitario di Studi
Superiori di Pavia, collaboratore INAF
Titolo originale: "Anyone out there?" da "International Herald Tribune"
del 7 ottobre 2009
Guardando il cielo stellato uno si chiede: “Cosa mi fa
più paura? Essere da solo nell’Universo o che ci
sia qualcun altro lassù?” Una domanda antica,
valida tanto per me o per te quanto lo fu per Giordano Bruno, quando
scrisse della “infinità dei mondi”,
prima che lo bruciassero vivo nel 1600. Ma, proprio 50 anni fa, una
lettera a Nature pose fine a questa attitudine passiva e speculativa,
proponendo un approccio scientifico e sperimentale. Non
c’è ancora una risposta (se ci fosse lo sapremmo
tutti), ma nel frattempo abbiamo una bella storia da raccontare.
Giuseppe Cocconi (1914-2008) e
Philip Morrison (1915-2005) erano fisici già affermati
quando scrissero
“Search for Interstellar
Communications” (Nature, 19 Sept., 1959).
Cocconi aveva cominciato facendo
esperimenti con Enrico Fermi e poi ebbe una brillante carriera al CERN.
Morrison, che era “Institute Professor” al MIT, era
stato un capogruppo nel progetto Manhattan.
La loro lettera a Nature cominciava col ricordare cose ovvie.
All’epoca, non c’era prova della esistenza di
pianeti intorno a stelle, non si aveva idea di come la vita potesse
emergere su di essi, ed ancora meno sulla possibile evoluzione di
società tecnologiche. Comunque, dissero, se davvero da
qualche parte lassù ci sono esseri intelligenti, potrebbero
aver creato un canale di comunicazione, indirizzato anche a noi.
È facile capire che un tale canale dovrebbe usare le onde
radio come il metodo più efficiente per trasmettere un
segnale. Cocconi e Morrison suggerirono frequenze sulle quali entrare
in ascolto, usando le nuove antenne della radio-astronomia, che proprio
allora stava maturando. Naturalmente, non avevano idea di che cosa
cercare. Sequenze di numeri primi? Cifre di pi greco? Inutile cercare
di indovinare, diamo fiducia a loro.
Il suggerimento dei due fisici scatenò un grosso entusiasmo.
Quasi subito, Frank Drake, al National Radio Astronomy Observatory,
appena creato, fece partire il
progetto Ozma, la prima ricerca in
radio di un segnale intelligente. Da allora, sono stati portati avanti
più di cento programmi di ricerca, fino a culminare nel
più grande di tutti, SETI (Search for ExtraTerrestrial
Intelligence), che continua ancora alla grande.
Tutto per niente, naturalmente: non un singolo squittio intelligente da
una antenna. Questo vuol dire che siamo da soli in cielo? Per niente.
Francis Bacon scriveva: “sono cattivi esploratori quelli che
dicono che non ci sono terre se vedono solo mare”. E Jill
Tarter, del SETI Institute, fa un altro paragone. Il loro risultato
nullo è come negare l’esistenza dei pesci
nell’oceano dopo aver raccolto un bicchiere di acqua di mare
e non averci visto dentro alcun pesce.
Ma lo stesso SETI, ed i suoi predecessori, hanno fatto partire una
piccola rivoluzione in scienza, tecnologia a sociologia. Nel corso di
50 anni, la nostra capacità di ricerca di segnali radio
è aumentata diecimila volte di più di quanto non
sia aumentata la sensibilità della astronomia ottica nei 400
anni da Galileo. SETI è anche riuscito a sopravvivere a
drammatici tagli di fondi, per esempio da parte della NASA, e adesso
prospera soprattutto grazie a fondi privati. E lo fa attraverso uno
straordinario coinvolgimento del pubblico.
L’enorme potenza di calcolo necessaria per analizzare tutti
dati radio raccolti dal cielo è fornita, in modo
entusiastico, da una rete di quasi un milione di PC. Basta scaricare il
software che SETI fornisce come (affascinante) salvaschermo e tutti
potremmo, un giorno, essere i primi a scoprire un segnale
extraterrestre. È una prospettiva irresistibile per
molti.
Nel frattempo, però, l’astronomia da Terra e dallo
spazio ha scoperto i pianeti extrasolari. Il primo fu trovato nel 1995
intorno ad una stellina locale qualunque. Attualmente, ne sono
catalogati quasi 400, in uno dei più grandi balzi in avanti
mai fatti nelle scoperte astronomiche. Oggi abbiamo una buona visione
sull’esistenza di pianeti: sappiamo che sono la norma, e non
la eccezione, intorno alle stelle.
Con cento miliardi di stelle solo nella nostra Galassia, e se molte di
loro hanno pianeti, abbiamo ragione di essere ottimisti sulla
possibilità di emergenza della vita da qualche altra parte.
E mentre aspettiamo risultati definitivi da Marte, si accumulano i dati
sul materiale organico nello spazio esterno. E’ oramai
routine trovare alcuni dei più importanti “mattoni
della vita”, come zuccheri ed aminoacidi, nei meteoriti ed in
ambienti extraterrestri. La NASA ha recentemente riportato sulla Terra
aminoacidi prelevati direttamente nella coda di una cometa.
Si tratta di molecole organiche complesse presenti per caso nella
materia dalla quale si è formato il nostro sistema solare ?
Ovvero la panspermia è confermata? Troppo presto per dirlo.
L’unica cosa che possiamo scartare con
tranquillità è la teoria della
“panspermia guidata” di Francis Crick and Leslie
Orgel. Il premio Nobel per il DNA nel 1973 ipotizzava che
“…organismi viventi venissero deliberatamente
trasmessi alla Terra da esseri intelligenti di un altro
pianeta.” Cosa che richiederebbe materia vivente capace di
viaggiare fino a noi da un’altra stella. Oggi pensiamo che si
tratti di una proposta non plausibile.
Mentre facciamo progressi significativi sulla apparizione della vita,
siamo irrimediabilmente bloccati nel cercare di capire se e come forme
di vita possano diventare capaci di mandare segnali radio. Finora
abbiamo un campione fatto da un solo pianeta, il nostro. Visto da
fuori, la prova concreta è una sfera di onde radio e TV che
si espande alla velocità della luce in tutte le direzioni.
Nel secolo che è passato da quando Marconi
cominciò ad inviare onde radio, questa sfera ha inglobato le
numerose stelle che distano da noi meno di 100 anni luce. Naturalmente,
è diventata molto più forte nelle ultime decadi:
in Italia, la chiamiamo affettuosamente la “bolla di
Berlusconi”.
Si può discutere se la pubblicità televisiva sia
il messaggio giusto che la nostra civiltà vuole trasmettere
ai nostri vicini galattici. Quello che invece non si può
discutere è la frase finale di Cocconi e Morrison, nello
spingerci a cercare di catturare messaggi interstellari:
“…è difficile valutare le
probabilità di successo, ma, se non cerchiamo mai, la chance
di successo è zero”.
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